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"Inverno: nome che sembra richiamare alla nostra mente chissà
quale
paesaggio di neve e di gelo, mentre, al contrario, indica un ridente
paesino pavese, stretto attorno alla sua chiesa ed al suo castello
ed adagiato sulle falde occidentali dei colli di S.Colombano."
… Recita così l'introduzione del libro di Ermanno Segù, Viaggio
nel Tempo, nel quale si racconta la storia del paese dall'inizio dei
tempi. E' difficile questione da risolvere il perché di questo
nome: potrebbe derivare da un antico nome pre-romano di persona come
Lierno o Liverno, oppure, ipotesi più attendibile, dal latino
"hiberna castra". O, forse, in questa zona sorgeva un
piccolo accampamento invernale di guarnigioni romane preposte alla
sorveglianza delle strade, e quindi questa località avrebbe
conservato nel suo nome l'indicazione di questa presenza, dato che
molti nomi di località dipendono proprio dalle indicazioni stradali
e militari romane. All'epoca, appunto, la rete stradale romana avevaun'importante arteria di comunicazione proprio in questa zona; una
strada che, passando per Lodi Vecchio, congiungeva Pavia, importante
nodo stradale, con Piacenza e quindi con Roma. Poiché le strade
romane erano controllate dall'esercito, è presumibile che appunto
sulle estreme propaggini dei Colli di San Colombano fosse stanziato
un accampamento militare a protezione dell'importante via di
comunicazione che scorreva poco più a valle. Dall'accampamento, che
proprio per essere invernale era stabile, costituito cioè da
baracche di legno o in muratura, si sviluppò, nei secoli in cui
sfaldatosi l'Impero Romano non vi soggiornava ormai più alcuna
guarnigione, un piccolo borgo che conservò nel suo nome l'antica
indicazione militare romana.
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La
vita (conosciuta oggi) del paese di Inverno sembra iniziare intorno
al secolo VIII quando a "Olonna" (oggi Corteolona) il re
longobardo Liutprando avendo eretto una villa, una chiesa ed un
monastero, diede inizio alla storia del nostro paese come piccolo
fondo rurale; forse un monaco corteolonese, con l'aiuto di alcuni
servi rustici, ha bonificato le terre poste ai confini dei
possedimenti del monastero e della villa. In seguito il territorio
di Inverno passò varie volte di mano: nell'anno 866 l'imperatore
Ludovico II donò alla moglie, l'imperatrice Angelberga, diversi
territori fra cui, nel documento di donazione, troviamo elencata la
"Corte d'Inverno". Ma, a quel tempo, bastava un decreto
reale o papale e tutto, terre, case, uomini, proventi, passava dalle
mani di uno a quelle dell'altro. Dopo l'anno 875, in cui morì suo
marito, l'imperatrice Angelberga si ritirò a Piacenza, nel
monastero di S.Sisto, da lei stessa fondato al quale donò, fra le
altre, anche la Corte d'Inverno che, per un certo periodo di tempo,
venne indicata nei documenti come terra di S.Sisto. Berengario I,
che l'8 maggio 888 aveva confermato con un suo diploma il possesso
della Corte d'Inverno all'imperatrice Angelberga, dopo la morte di
lei nell'890, concede nell'898 il territorio di Inverno all'Abbazia
di Santa Cristina. La Corte d'Inverno rimase di proprietà
dell'Abbazia di Santa Cristina per circa due secoli durante i quali
si ingrandì e divenne terra fertile, dato che i monaci annotano in
un documento inventariale dei loro beni "... abbiamo in Inverno
un podere ampio e spazioso". Nel 1145 Papa Eugenio III promulgò
un decreto con il quale donava all'Abbazia di Chiaravalle alcuni
possedimenti e fra questi tutto il territorio di Inverno. In questo
momento, nel lontano secolo XII, si ha quindi la prima notizia circa
una chiesa dove, probabilmente sotto la guida di un monaco, gli
abitanti della corte si riunivano in preghiera. Il territorio di
Inverno non rimase a lungo in possesso dell'Abbazia di Chiaravalle,
dato che i monaci cistercensi fra il secolo XII ed il XIII fecero
una permuta di beni con i frati-cavalieri di S.Giovanni di
Gerusalemme: veniva ceduto il borgo di Inverno ricevendo in cambio
la cascina ed i poderi di Valera Fratta. Questa cessione lasciò un
segno indelebile nei secoli, dato che ancora oggi, nello stemma
comunale è presente la Croce dei Cavalieri di Malta.
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Nel 1113 fu approvato da Papa Pasquale II l'Ordine
religioso-militare di S.Giovanni di Gerusalemme.
Frati-cavalieri che si preoccupavano di proteggere, a
mano armata, poveri e pellegrini ed erano alla diretta
dipendenza del Papa. L'Ordine di S.Giovanni (che
prenderà poi il nome di Sovrano Militare Ordine di
Malta), creò in poco tempo un'organizzazione di case,
chiamate "domus hospitales" o "mansiones",
dotate di propri terreni che avevano ciascuna un
ospizio (ospedale) utilizzato per offrire ricovero e
difesa ai pellegrini; i tenutari di queste case,
alcuni frati dell'Ordine, si impegnavano anche nel
controllo delle strade nei punti di passaggio
obbligato. Essi erano tutti di nobile origine e
guidati da un precettore, per la custodia della casa e
per i servizi necessari.
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Da
un documento del 1204 si rileva che i Cavalieri di San
Giovanni emanarono appunto alcune norme relativamente al
territorio di Inverno; essi comminavano multe e pene severe
per chi fosse autore di ferimenti, falsi giuramenti, furti,
gravi insulti, danneggiamenti delle proprietà altrui.
L'importanza e la potenza dei Cavalieri di Malta è dimostrata
dal fatto che, verso la metà del 1300, quando in Lombardia si
estese sempre di più la supremazia dei Visconti che assoggettò
progressivamente tutta la regione ad un'unica sovranità ed
amministrazione, il territorio di Inverno godette, proprio
perché di proprietà dell'Ordine, di grandi privilegi ed
esenzioni sia da parte dei Visconti, duchi di Milano, che
consideravano Inverno ed i suoi abitanti come non appartenenti
al loro ducato pavese
("tamquam forasterii" come forestieri, nota un
documento del 1369), sia da parte del Papa che l'aveva
esentato dalla giurisdizione del Vescovo di Pavia. Ne è la
prova il fatto che, il 5 marzo 1426, il duca di Milano esenta
Inverno dal pagare la tassa imposta al ducato per la
ricostruzione di Crema. Il fatto di essere esenti da tasse e
balzelli dovuti ai potenti di allora, non riesce a sottrarre
la comunità di Inverno dal passaggio, molto frequente a quei
tempi, di eserciti e bande armate che saccheggiavano e
rubavano un po' ovunque; Nel 1449 durante la guerra che vide
impegnati i Milanesi, che avevano proclamato la Repubblica, e
Francesco Sforza che voleva riaffermare la sua signoria sulla
città, bande di milanesi fecero scorrerie nel territorio
pavese, assoggettato al Duca. Fra gli altri, attaccarono il
Castello di Inverno al quale recarono vari danni, bruciarono i
raccolti e distrussero case e cascine. Tra il 1450 ed il 1478
i Cavalieri di Malta ricostruirono ad Inverno un nuovo
Castello ed una nuova chiesa, l'attuale, in sostituzione
dell'antica, forse danneggiata dalle scorrerie dei milanesi
del 1449 o forse fatiscente, e la dedicarono al patrono del
loro Ordine, S.Giovanni Battista. |
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Ad
erigere la nuova chiesa venne incaricato il precettore di
allora, Don Cristoforo Visconti, che ha lasciato la sua
presenza in varie forme all'interno della chiesa con incisioni
del proprio monogramma negli stemmi e nelle pilette dell'acqua
santa. E' quindi a questo nobile Cavaliere Cristoforo Visconti
che Inverno deve il suo castello e la sua bella chiesa
parrocchiale; in entrambi i monumenti egli ha lasciato appunto
il suo stemma ed il suo nome. |
Nel 1786 vi erano in Inverno, feudo dell'Ordine di S.Giovanni,
123 famiglie e si può quindi calcolare che la parrocchia si
aggirasse sugli 800 abitanti ed oltre. I Cavalieri di Malta
avevano ancora il diritto di avere in Inverno l'osteria, la
macelleria ed il panificio ed di far pagare un dazio sui vini;
questo equivale a dire che i generi di prima necessità erano
sottoposti ad una tassazione a vantaggio del feudatario. Nel
1787 si procedette alla costruzione di un nuovo cimitero (il
precedente era posizionato di fronte alla chiesa, dove ora c'è
il sagrato) ed in data 12 aprile dello stesso anno, la Curia
Vescovile di Pavia concesse la sua benedizione a condizione
che il cimitero fosse "decente, riparato e ben
difeso". |
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Nel
1732, precisamente il 23 novembre, il curato di Inverno in compagnia
del suo cappellano, si recò all'Oratorio delle Cascine d'Inverno e,
dopo aver celebrato la S.Messa, vi eresse la Confraternita di
S.Giuseppe che raggruppò inizialmente 31 confratelli tra i quali,
la stessa domenica, vennero eletti il Priore ed il Sottopriore. Non
si sa esattamente quali fossero i compiti dei confratelli, anche se
è lecito pensare che il primo doveva essere quello di provvedere in
modo decoroso al servizio liturgico per la popolazione delle Cascine
d'Inverno, come appunto si chiamava quel gruppo di case, quasi un
villaggio, che solo più tardi si chiamerà Cascina S.Giuseppe;
inoltre contribuivano alle spese mediante il versamento di una tassa
annuale ed avevano l'impegno della custodia del piccolo oratorio
come previsto dalle disposizioni sinodali pavesi. Il 18 dicembre
1733 la Confraternita di S.Giuseppe venne aggregata all'omonima
Arciconfraternita Romana, potendo così godere delle indulgenze e
dei privilegi concessi dai Sommi Pontefici a questa pia
associazione. Ogni anno, nella celebrazione di S.Giuseppe, si
accoglievano i nuovi confratelli, mentre nel 1774 avviene
probabilmente una modifica agli statuti della Confraternita perché
venne creato il ramo femminile e da quell'anno, fino al 1785, il 19
marzo sono accolte nella Confraternita stessa solo consorelle, con
esclusione di qualsiasi nome maschile. Nel 1774 entrarono 16
consorelle, nel 1775 ben 40 consorelle, con una media annuale
successiva di 5 consorelle fino al 1785. In questo stesso anno il
Priore della Confraternita invia una supplica al Vescovo di Pavia,
chiedendo di poter erigere un nuovo altare nella chiesa delle
Cascine: con una risposta immediata, la Curia Vescovile di Pavia
concede il permesso richiesto deputando il Rettore di Inverno a
benedire il nuovo altare. In Lombardia, con la vittoria di Napoleone
sugli Austriaci, veniva stabilita la Repubblica Cisalpina che
subito, come era avvenuto in Francia, mostrò la sua faccia
anticlericale; Il 14 settembre 1797 il Governo Rivoluzionario
confiscava tutti i beni fondiari dell'Ordine di Malta e, il seguente
20 dicembre, la legge venne fatta eseguire anche ad Inverno.
Nell'anno 1798 gli abitanti della Cascina S.Giuseppe inoltrarono al
governo una petizione per poter riavere la loro chiesa; l'Agente dei
Beni Nazionali di Pavia, il 12 novembre constatò che il locale
dell'Oratorio non poteva servire alla nazione e, dato che gli
abitanti erano lontani dalla parrocchia, rispose positivamente alla
richiesta, restituendo agli abitanti quanto richiesto. |
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Durante l'anno 154,
Monteleone dava per la prima volta e per sempre alloggio ad una famiglia
e ad un piccolo gregge di pecore mansuete. La permanenza nelle
vicinanze delle Legioni Romane aveva permesso un graduale
allontanamento dei lupi dalla zona, infestatissima nei tempi
precedenti; le fontanelle d'acqua limpida e buona che sgorgava nelle
vicinanze (attuali Terme di Miradolo), attiravano spesso i pastori
di passaggio con il loro gregge che andavano a raggiungere l'attuale
Corteolona. In quegli anni Corte Olonna era abitata da famosi
personaggi politici e militari, da famose damigelle e nobili
residenti in lussuosi palazzi. Ogni anno, in un determinato periodo
detto "di tosa delle pecore", i pastori si recavano a
Corteolona a vendere le lane delle proprie pecore. Si racconta che
raggiungevano con il loro gregge il fiume Olona, dove sostavano il
tempo giusto per la tosatura con mezzi arcaici e riti religiosi;
lavavano abbondantemente le lane nel fiume e procedevano alla loro
vendita. I pastori passavano di casa in casa, di palazzo in palazzo
reclamando qualche soldo o qualche merce in cambio del pregiato
prodotto. Ultimata la vendita si radunavano tutte le famiglie là
giunte e si accendevano grandi falò rallegrando la serata con canti
di gioia, sorseggiando il latte di pecora appena munto e mangiando
il pan cuisciot acquistato dalle famiglie corteolonesi. E' certo che
lo spostamento del pastore avveniva con tutti i componenti della
famiglia.
Nell'anno 154, giunto il pastore pater familias Tamaeracum con il
suo gregge composto da 19 animali di cui 17 pecore e 2 capre,
all'altezza di Monteleone, mentre era di ritorno nella sua fissa
dimora a Trecianum, ora Trezzano, veniva aggredito e depredato di
ben 11 animali da una ignota banda di malfattori, assai numerosi in
quei tempi e molto affamati. Nella colluttazione e nel tentativo di
salvare il suo unico mezzo di sopravvivenza, il pater familias
Tamaeracum rimaneva gravemente ferito ad una gamba insieme a due dei
suoi sette figli, Cornelio e Costantino. Vista la gravità delle
ferite riportate, Tamaeracum decise di sostare per qualche giorno,
almeno fino al parziale riassesto della ferita, nella zona ora
denominata Monteleone sui Colli Pavesi. I figli intrapresero
immediatamente il lavoro di costruzione di una capanna di legname,
per correre ai primi ripari dalle intemperie; la vegetazione in quei
luoghi era folta e gli alberi grandi e robusti, grazie alla presenza
di molte acque sorgive. Si è certi che la famiglia in quel luogo
non era sola, perché a distanza di qualche centinaio di metri
sorgeva una torre alta circa una dozzina di metri, composta da
grossi mattoni, definita Guardiola Romana (i resti delle cui
fondamenta sono stati dissepolti da un moderno aratro anni fa) e
sorvegliata in continuazione da due o più soldati romani che,
comunicando con altre torri dislocate su tutto l'impero, si
collegavano con Roma capitale.
Il vecchio pater tardava a riprendere le forze morali e fisiche
necessarie per compiere il tratto di strada che conduceva alla
vecchia e fissa dimora. E' da sapersi che ogni decisione, anche la
più minuscola, spettava al capo famiglia, cioè al pater, che non
era altro che il personaggio più anziano della compagnia, e nessun
altro componente si poteva permettere di contrastarlo. Non essere
d'accordo con il pater significava abbandonare una volta per sempre
il nucleo familiare e cercarsi una vita altrove. E il capo famiglia
Tamaeracum decise una volta per sempre di insediarsi definitivamente
a Monteleone, dato che la zona offriva acqua sempre fresca e pascoli
più rigogliosi per le bestiole rimaste ed il legname vi era
abbondante. Oltretutto il vecchio capo non intendeva fare ritorno
con il gruppo di animali decimato; sarebbe stato meno considerato
dagli altri pater familias per il fatto che non era stato in grado,
insieme ai suoi familiari, di vincere il nemico assalitore. Insomma,
tornare sconfitti significava perdere la dignità della famiglia e
la dignità di capo supremo della famiglia. Confermata così la
definitiva permanenza a Monteleone si iniziarono subito dei lavori
di sistemazione della casa e poi delle coltivazioni di quel che era
necessario per dare spazio ai bisogni alimentari dei componenti la
famiglia.
La prima abitazione duratura fu in pietre reperibili in luogo; era
solo necessario scavare qualche decina di centimetri per trovarne in
quantità. Essa fu posta ai piedi del colle ove attualmente si eleva
la chiesa. Il colle citato era alto tredici metri più di oggi, la
sua sommità equivaleva all'altezza della colline antistanti tuttora
esistenti. In mezzo ai due colli vi era una rupe a strapiombo a
forma di serpente incisa in profondità dallo scorrere di una vena
d'acqua continua che si dirigeva ai piedi dell'attuale Invernino
verso Inverno, ove attualmente sussiste una zona bassa. Queste acque
limpide e fresche, come già accennato, sgorgavano in gran misura e
senza tregua presso le attuali Terme di Miradolo, parte
s'incamminavano verso l'attuale Miradolo e parte, come descritto,
verso Inverno attraversando Monteleone. La prima abitazione fu
quindi costruita non alla sommità di questi colli, ma circa alla
metà del colle a sud, incastrata nella collina e con tre viste: una
verso l'attuale Miradolo, una verso l'attuale Inverno ed una sulla
facciata della collina antistante.
A ridosso della collina ove attualmente sorge il Camposanto vi era
un leggero altipiano con tratti di pascolo liberi dagli arbusti e
dall'alta vegetazione, spesso anch'esso invaso seppur per brevi
periodi dell'anno dalle acque. Il primo pensiero della famiglia
stanziata, dopo quello della costruzione dell'abitazione, fu di
avere un pascolo sicuro per i propri animali che fino ad allora si
erano cibati di arbusti. Era estremamente necessario costruire nel
terreno intorno all'altipiano dei terrapieni che, in caso di rialzo
delle acque, tenessero all'asciutto il pascolo; per fare questo ed
altri lavori erano necessarie braccia forti ed in gran numero.
Cominciò così un lento afflusso nella zona di altre famiglie, non
molte per la verità, sicchè nel 693 si contavano a Monteleone sei
famiglie per un totale di 93 abitanti. Dunque l'afflusso nell'arco
dei secoli di nuove famiglie a Monteleone fu lentissimo e modesto.
Ciò considerato che, intorno al terzo secolo, parte dell'ala della
collina scivolò d'improvviso e dopo numerosi giorni di pioggia,
trascinando con sé due abitazioni, precipitando a valle e chiudendo
per sempre il passaggio alle acque che dalle attuali Terme di
Miradolo raggiungevano il bacino già menzionato.
Per un fenomeno naturale già da tempo la collina dava segni di
cedimento; il fenomeno era sì evidente, ma non allarmante per gli
abitanti già troppo occupati nel governare le acque ed i pascoli.
L'avventura che causò due vittime tra gli abitanti, bloccò per
alcuni anni il sopraggiungere di nuovi pastori. Nei decenni
successivi continuò il processo di sfaldamento dei due colli, uno
dirimpetto all'altro, che occultarono man mano la rupe portandola
circa all'altezza sul mare che ha oggi la strada principale che
attraversa Monteleone, che si aggira sui 79 metri.
Un'altra disavventura turbò l'insediamento di nuove famiglie nel
nostro paese; correva l'anno 476, Oreste padre di Romolo Augustolo,
ultimo imperatore di Roma, fuggendo dagli Eruli capitanati da
Odoacre (gli Eruli erano un popolo dell'antica Germania, i quali
sotto la condotta di Odoacre si impadronirono dell'Italia, anno
476), si accampò sotto i colli di Chignolo Po e di S.Colombano, ma
vedendo poi di non potergli resistere fuggì nottetempo e Odoacre
sopraggiunto il mattino seguente distrusse il campo. Alcuni soldati
di Odoacre in cerca del nemico si spinsero fino a Monteleone dove si
diceva fossero nascosti. Giunti sul luogo dopo fallaci ricerche
incendiarono alcune case e fuggirono senza però fare vittime tra la
popolazione, ma provocando seri danni materiali.
La difficoltà maggiore per gli abitanti era ancora rappresentata
dal problema della sopravvivenza. Accanto ai pochi cereali e ad
altri vegetali che con mezzi arcaici e poveri si cominciavano a
coltivare, il latte ed i suoi sottoprodotti dovevano costituire la
base dell'alimentazione, nella quale non aveva larga parte l'uso
della carne. E' certo che intorno all'ottavo secolo gli abitatori di
Monteleone hanno allevato, insieme alle pecore ed alle capre, il
bove che, ancora alquanto raro nella zona, era usato come animale da
lavoro ed in qualche modo considerato animale da rispettare e da non
uccidere date le sue doti. |
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L'origine del nome del nostro paese risulta piuttosto dubbia ai
ricercatori storici, variando esso notevolmente da Mons Luponi a
Montis Legionis e, anche, Mons Oleonis. In un documento della regina
Adelaide, del 999, è indicato come Mons Luponi. Lo storico Capsoni
sostiene che il nome del paese risale a Montis Legionis, che
significa monte della legione, derivatogli da qualche legione
militare romana - un tempo frequenti sulle rive dell'Olona e del
Lambro - stanziatavi a scopo di svernamento.
Confermerebbero questa origine reperti della strada militare romana,
di armi ed altri oggetti e delle tombe in grossi mattoni della
stessa epoca, scoperte sotto il fondo della strada
Monteleone-Miradolo, verso la cascina salina, dei quali avanzi si
hanno buone raccolte nelle collezioni Vitali presso il Museo
archeologico di Milano.
Anche in uno status animarum del 1887, ritrovato recentemente
nell'archivio parrocchiale, sta scritta la denominazione Montis
Legionis. Vi figura infatti la dicitura "Anno Domini
1887. Status Animarum paroeciae Montis Legionis Papiensis Dioeceseos".
Mons Oleonis risulta essere una volgarizzazione popolare, mentre
Montis Leonis non trova fonti documentarie valide, talchè si può
pensare ad un'alterazione di comodo, indotta da qualche ambizione
nobiliare o nobilitante.
Quanto raffigurato nello stemma comunale (leone rampante sopra
monte) è soltanto l'illustrazione, recente, del corrente nome del
paese, che tiene conto dell'aderenza al suo concetto lessicale,
prescindendo dai riferimenti storici cui abbiamo accennato.
Monteleone fu antica pertinenza della Regia Corte dell'Olona (oggi
Corteolona) staccata per donazione fatta dall'Imperatore Lamberto al
Monastero di S.Cristina de Olona (oggi S.Cristina), come risulta da
un itinerario di beni compilato sulla fine del secolo decimo o sul
principio del secolo undicesimo; assai più tardi (1559) vi
possedette pure la Commenda di S.Lazzaro di Pavia. Verso il 1374
Monteleone entrò a far parte del Vicariato o Feudo di S.Colombano,
allora aggregato al contado pavese; nel 1400 fu unito al feudo di
Miradolo e ne furono ben lieti i Monteleonesi, in quanto Miradolo
possedeva diversi castelli che servivano nei periodi di guerra da
rifugio per gli abitanti locali e zonali. Per investitura, il 20
marzo 1470, del Duca Galeazzo Maria Sforza, il nostro territorio
venne compreso in quello di Belgioioso. In seguito passò alla casa
Sforzesca-Estense e rimase del tutto staccato anche da Corteolona.
Infatti una supplica del 1513 diretta dal Console e degli uomini del
luogo di Miradolo, anche a nome degli uomini e dei luoghi di
Monteleone e Cascina del Melano in campagna di Pavia, tutti
spettanti a casa Sforzesca-Estense, pregava il Duca Massimiliano
Sforza di non permettere che essi venissero molestati da Corteolona
che voleva obbligarli ad assumersi parte delle spese per alloggi di
milizie ducali di Corteolona a S.Cristina. Il Duca con lettera
datata da Tortona, 18 Settembre 1513, comandava al Commissario di
Pavia di studiare la questione e di provvedere secondo giustizia.
Ricordi del passato di Monteleone, sono una casa a forma di torrione
con finestre dell'epoca Sforzesca ed alcune cantine con colonne e
capitelli di granito di una casa al centro del paese, ai piedi del
colle, forse avanzo di qualche castello. Altro castello sorgeva
invece con nome di Briona al di spora della strada
Moteleone-Miradolo, in prossimità delle Saline ed è ricordato nel
1183, 1232 e 1311, come dipendente dell'Abbazia di S.Cristina.
Possedettero in vario tempo in Monteleone e Tamborini, i Silva, i
Forni, i Rognoni, i Conti Bolognini, i Malinverni ed il Collegio
Ghisleri. Di questo luogo merita menzione un certo Martino de
Monteliono, uomo di fiducia presso la Corte di Filippo Maria
Visconti, come corriere ducale.
Nel primo decennio che seguì l'anno 1400, una certa Maria Montesi o
Monlesi, Contessa di Pavia, ebbe in eredità una gran parte di
terreni in Monteleone. Erano quei terreni ancora ricoperti da fitte
boscaglie che, rasentando spesso le abitazioni,si arrampicavano sino
in cima alle colline; così che non davano frutto e richiedevano una
grande forza umana per metterli in condizione di produrre almeno
legname di una certa qualità. Vista l'impossibilità, per la
Contessa che risiedeva a Pavia, di vendere i terreni ereditati o,
quanto meno, di trovare quella ingente forza che ne permettesse un
recupero alla produttività dei terreni, la stessa pensò di donare
il terreno a color che si fossero impegnati a ripulirlo costruendovi
salde e durature abitazioni. Vi fu allora una gran corsa di
Monteleonesi per occupare l'appezzamento migliore, ma soprattutto un
gran richiamo di genti dalle località vicine che accorsero in gran
numero, stanche di pagare altrove i tributi di possesso, di uso e di
abitazione, ai Conti proprietari e stanche di sottostare alle
direttive dei padroni che vi si alternavano. Fu così che, in pochi
anni, Monteleone vide raddoppiati i suoi abitanti.
Quando la buona Contessa vide che realmente molte nuove abitazioni
erano sorte, decise di costruire in Monteleone la prima Casa di Dio,
sulla stessa altura ove attualmente sorge la nostra bella chiesa; si
costruì una cappella abbastanza ampia con una sola porta d'ingresso
centrale, costruzione in terreno misto a pietrame. Fu quella la base
su cui sorse la chiesa che ancora oggi domina Monteleone. La
Contessa si impegnò ad inviare ogni domenica un Sacerdote per la
S.Messa da lei pagato. Il Sacerdote veniva da Pavia insieme alla
Contessa su di una bella carrozza trainata da più cavalli.
Sul piccolo sagrato della chiesa primeggiava ormai da diversi
decenni un bell'olmo gigantesco ed in cima a quell'albero i
Monteleonesi attaccarono una bella campana bronzea, frutto dei
sacrifici di tutta la popolazione che si dimostrò fin d'allora
molto attaccata a tutto ciò che riguardava Dio e la Chiesa. La
campana fu acquistata all'Arte Sacra di Milano. Era l'anno 1423 e la
campana fu trasportata dalla Ditta costruttrice fino alle porte
dell'attuale S.Angelo Lodigiano. In solenne processione i
Monteleonesi accorsero per prelevarla ed entusiasti la recarono al
paese; tre cittadini salirono sino in cima all'olmo e con una corda
vi issarono e legarono la campana che servì per decenni da richiamo
per le Sacre funzioni; insomma, albero e campana assunsero il ruolo
dell'attuale campanile. Da qui l'ancor oggi conosciuta filastrocca
monteleonese che dice:
Muntalion
tre cà e un fùran
un
campanin in sima l'ùlam
pr'una
corda una carassa
par
bacioc una rava pasa
........................
L'assiduità
alle funzioni religiose della domenica da parte dei Monteleonesi si
dimostrò subito eccellente, tanto che solamente dopo alcuni decenni
dalla fondazione la Cappella non era più sufficiente a contenere i
cristiani. Tra il 1460 e 1470, si insediò in Monteleone un valoroso
Capitano di ventura irlandese nominato Mac Brown, arrivato non si sa
come nel nostro paese. Si sa invece che portava con sè un gran
bottino in oro ed argento oltre che una ciurma di soldati. Si è
certi che al Capitano Mac Brown, Monteleone ricordava, per la sua
configurazione, il suo paese natale: per questo vi si fermò.
Del Capitano non si seppe e non si sa nient'altro, nè se il bottino
fosse stato frutto di un assalto ad un'imbarcazione nemica o di
pirati, nè se fosse stato assaltato qualche castello principesco.
Si sa che la più stretta amicizia legò i Monteleonesi al Capitano
ed ai suoi seguaci. In Monteleone egli costruì subito una bella
abitazione, nello stesso luogo ove ora sorge il nostro castello;
anzi, il castello odierno è frutto di modifiche della casa del
capitano. In Monteleone Mac Brown creò la sua famiglia, dando
origine ad una nuova generazione che, con il passare del tempo,
assunse definitivamente il cognome Maccabruni. Il nome Mac Brown si
latinizzò e con il tempo passò a Machabrunis per poi modificarsi
in Chabrunis ed infine, dopo svariate modifiche, in Maccabruni. Il
valore economico dei beni del Capitano fu imponente, tanto che ne
beneficiarono due intere generazioni. Nel 1553 un discendente di Mac
Brown, Antonius Chabrunis, proprietario di case e terreni, fece un a
grande donazione alla chiesa monteleonese; gli amministratori di
allora (in seguito, fabbriceri), pensarono così d'ingrandire la
chiesa, la fecero costruire in pietra, mattoni e marmo, e questa
prese le sembianze che, salvo qualche modifica ed un ulteriore
allungamento, mantiene tutt'oggi.
Con la donazione del benemerito Antonius si optò anche per la
costruzione del campanile, che però non fu fatto perchè vennero a
mancare i fondi necessari, essendo la spesa globale della
costruzione risultata di molto superiore al previsto. La campana
dell'olmo fu messa a fianco della Chiesa in una specie di torrione
non più alto della costruzione religiosa. La costruzione terminò
tre anni dopo e i Monteleonesi infissero nella parete retrostante
l'altare, in mezzo al coro, una piccola lapide sulla quale si
leggeva: "Antonius Chabrunis, fieri fecit 1 Maj
1555", a perenne memoria del donatario dei beni alla
Parrocchia di Monteleone.
I morti venivano già da qualche tempo seppelliti sul sagrato della
chiesa affinchè si sentissero più vicini alle Lodi dei cristiani,
ma non veniva loro costruito nessun monumento mortuario. Chi andava
in chiesa adorava, insieme al Signore, anche le anime dei cari
defunti, ivi presenti. Così furono tumulati finchè ordinamenti
superiori comandarono alle autorità locali il trasporto dei
cadaveri fuori dalle mura della città o del paese, in luogo
appartato e lontano dalle abitazioni. Tutto ciò al fine di
salvaguardare l'igiene del popolo e preservarlo da determinate
infezioni o malattie.
Passarono ancora alcuni decenni prima che Monteleone potesse avere
il suo bel campanile. Tra la fine del 1600 e l'inizio del 1700 il
Comune d'allora decise di collegare con una buona strada carrabile
il paese di Monteleone con S.Angelo Lodigiano e tutta la provincia
milanese. Il collegamento avveniva all'incirca presso l'attuale
Cascina Lolla, dove poco più innanzi giungeva già la strada
milanese. Era un lavoro grande che richiedeva un buon numero di
lavoratori. Il Comune era in difficoltà per la ricerca della
manovalanza, nonostante avesse avuto dallo Stato un buon capitale
per la costruzione dell'opera stradale. Ma i Monteleonesi,
dall'animo buono e assai attaccati alla religione di Dio, d'accordo
con le autorità superiori, si presero l'obbligo di sacrificare il
tempo libero costruendo la suddetta strada, a patto che il Comune
avesse devoluto la citata somma per la costruzione del tanto
sospirato campanile.
Con il capitale devoluto in cambio del lavoro stradale eseguito i
Monteleonesi acquistarono il materiale per il campanile e l'opera
d'arte fu costruita con il concorso gratuito di tutto il buon
popolo. Fu così che nel Luglio 1723 sui bei colli monteleonesi, tra
l'ammirazione di tutti, si spandevano i rintocchi delle campane
alloggiate in cima al bel campanile.
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Le
campane furono inizialmente tre, non di grosso calibro, ma
sufficienti a richiamare alla preghiera i fedeli. Era allora Parroco
di Monteleone il sacerdote Don marcantonio Mazzocco, che ebbe a
benedire le campane con il concorso di numerosi prelati del
vicariato. Le tre campane rimasero sul campanile fino al 1859, anno
in cui i Monteleonesi, per amore della propria chiesa, elevarono il
campanile di metri 3,80 sul preesistente e rifecero la torre
campanaria che tutt'oggi possiamo ammirare, dotandola di ben cinque
meravigliose campane.
Le campane di Monteleone, creano allo studioso non pochi problemi,
poichè, a causa della loro vetustà, presentano nel bronzo
iscrizione corrose e frammentarie, espresse in una lingua latina non
del tutto corretta. Ciò apre la via a diverse e suggestive ipotesi
che purtroppo non riescono ad essere chiarite nemmeno ai nostri
giorni. Le campane in "mi minore" sono incastellate in
ferro, munite di catene e corde che datano l'anno 1859; in mezzo
all'incastellatura vi è ancora il gioco per il suono a festa in
legno verniciato munito di leva e tiranti in ferro.
Le iscrizioni, tradotte dal latino, sono le seguenti:
- prima
campana : Santa Eurosia intercedi per noi;
- seconda
campana: Sant'Antonio prega per noi;
- terza
campana: Maria Vergine volgi i tuoi occhi a noi a concedici
di piangere i peccati;
- quarta
campana: Sant'Agostino aiutaci affinchè il cuore sia acceso
dall'Amore di Dio;
- quinta
campana: San Siro fece
cose mirabili nella sua vita.
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Il
miglioramento del canale Nerone si deve all'Ing.Gerolamo Forni.
Aperto questo canale per opera della natura, scorreva da Gerenzago
ad Inverno, a Monteleone, a Miradolo, a S.Cristina; raccoglitore dei
fondi e delle colline di Monteleone e di Miradolo, era da principio
mal sopportato dalle case che rasentava ed alle terre tra le quali
scorreva, talchè i possessori di esse furono necessitati di aiutare
la natura incidendogli qua e là un letto più regolare. Peraltro,
l'idea di governare stabilmente il corso non sorse che nel 1706; e
furono gli agenti del Collegio Germanico, i quali per primi
invocarono provvedimenti da Filippo V Re di Spagna e Duca di Milano.
Ma i provvedimenti o non furono emanati o furono insufficienti,
finchè nel 1759 l'Ing.Gerolamo Forni, istituì uno speciale
consorzio allo scopo di spurgare il colatore e di utilizzarne le
acque. Oggi è cavo di non lieve importanza, diviso in due tronchi:
superiore ed inferiore, regolato da due consorzi. Il consorzio
superiore ha per scopo di tenere attivato lo scolo dei comuni
limitrofi; il consorzio inferiore è detto delle Gariga che ha il
principio della strada provinciale per Cremona presso Mariotto ed
adopera le acque per l'irrigazione di estesi terreni nella vallata
del Po sotto Chignolo.
Il territorio, oltrechè dal Colatore Nerone, è bagnato da un
Cavetto, diretto a Miradolo, diramazione del Cavo della Secca e
quest'ultimo dal Lorini-Marocco (1806 - 1817); e dalla roggia
Miradola, diramata a Copiano dalla Uccella, e queste dal Ticinello
orientale. |
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Anticamente
circondata dai vigneti, dalla sommità di un'altura, la chiesa
parrocchiale domina il villaggio. Fu allungata e restaurata nel 1807
e conta quattro altari laterali, oltre il maggiore, dedicati alla
Madonna del Rosario, a S.Giuseppe, a S.Antonio da Padova ed a
S.Antonio Abate. I diritti parrocchiali li ebbe nel XVI secolo. La
sua fondazione risale, come precedentemente annunciato, al 1°
maggio 1555. Essa si eleva su di un terrapieno naturale di circa 5-6
metri di altezza sul piano generale del paese. Vi si accede mediante
una rampa che termina con tre gradini immettenti sul sagrato. Il
sagrato antistante la chiesa è a forma di cortiletto rettangolare
irregolare, cinto da mura costruite settanta anni fa. Sui
pilastretti delle mura sono eretti degli angeli in cemento portanti
emblemi sacri.
Il muro di cinta percorre tutto il lato settentrionale dal primo
gradino di ascesa fino al congiungimento con il lato di ponente,
mentre sullo sfondo di questo lato è eretta la Grotta della Madonna
di Lourdes, edificio irregolare in mattoni e cemento, costruito per
volere della popolazione e del Parroco Don Francesco Priori
nell'anno 1924. Essa contiene le statue della Madonna e della
Bernardina e nel suo centro si eleva un altare formato da una lastra
di sasso sorretta da due muretti in cemento. La grotta è chiusa sul
davanti da una piccola balaustra in cemento con relativo cancelletto
centrale in ferro battuto e sulle sue pareti interne sono affissi
numerosi ex-voto, incorniciati dall'edera che si arrampica su tutta
la facciata.
A levante il sagrato ha la palizzata in ascesa composta da tre
gradini in cemento e tutto il sagrato è pavimentato in getto di
cemento. Sul lato rivolto a mezzogiorno si erge la facciata della
chiesa, a tre facciate lisce terminanti a capanna; in esse si aprono
le tre porte della chiesa elevate sul piano del sagrato da uno a due
gradini. Le porte sono munite di battenti in legno dolce con ramponi
e catenacci in ferro, forma a riquadri semplici e comuni, che sono
state restaurate più volte. L'interno della chiesa è ad una sola
navata fiancheggiata da quattro cappellette e due piccoli atrii.
L'interno è coperto da volte a crociera munite di chiavi di ferro.Il
presbiterio si restringe alquanto nei confronti delle dimensioni
della navata e forma edificio a sè, la volta è a vela. In alto
sopra il coro vi è una finestra a mezza luna con serramento in
ferro battuto con vetri cattedralici disposti a raggiera.
Il coro è dietro l'altare maggiore ed è in legno di pioppo
verniciato con sedili a cassetto; nel centro vi è un sedile con
armadietto. Al centro dell'abside, nel coro, si può ammirare un
bellissimo affresco del 1600 raffigurante la Madonna. L'altare è in
marmo nero e colorato, di stile barocco, con due gradini per i
candelieri, sormontato da un tronetto per l'esposizione del
SS.Sacramento con sei colonnette che sostengono la corona. La mensa
ha la pietra sacra fissa, palio in marmo e predella di due gradini
in marmo rosso con al centro un asse in legno intarsiato. Il
tabernacolo ha una porticina in lastra di rame dorato, in rilievo si
nota la figura del Sacro Cuore eseguito interamente a mano. Sul
frontale del presbiterio, al vertice dell'arco, vi è un crocifisso
in legno dorato. Il presbiterio è delimitato verso la navata da una
balaustra in marmo rosso di stile barocco. Il pavimento è in
piastrelle tipo mosaico intorno all'altare ed in piastrelle bianche
sul retro verso il coro.
Il fondo alla navata centrale, sopra la porta d'ingresso principale,
si erge l'organo, strumento liturgico in buono stato della Ditta
Nasoni e Gandini. Sui lati della navata si aprono quattro cappelle
con volta a botte; ogni cappella ha il suo altare, è elevata di un
gradino rispetto alla navata centrale ed è pavimentata con
piastrelle esagonali bianche e rosse come la navata.
Entrando sulla destra, la prima cappella è dedicata a S.Antonio
Abate. L'altare è in muratura, intonacato e verniciato tipo marmo;
sopra l'altare, nella nicchia, vi è la statua del Santo. La mensa
è in cemento, la Pietra Sacra è mobile; sotto la mensa vi è la
statua del Cristo Morto.
La seconda cappella sulla destra è dedicata alla Madonna del
Rosario. L'altare è in marmo, di stile barocco, con mensa in
granito, Pietra Sacra mobile e tabernacolo in legno dorato. La
statua della Madonna è in legno dorato e pregiato, portante il
Bambino, le corone sono dorate e gemmate. La statua è mobile ed in
una nicchia chiusa da un cristallo, dato che il 5 agosto di ogni
anno, festa della Madonna della Neve e Sagra del Paese, quando si
celebra la solenne processione per le vie essa viene rimossa dal
loculo e portata in processione.
Sulla sinistra entrando in chiesa, si nota la cappella dedicata a
S.Antonio da Padova; l'altare è in muratura, la statua del Santo è
in legno, molto ben fatta e curata nei minimi particolari, racchiusa
in una nicchia e protetta da un cristallo. La seconda cappella è
dedicata a S.Giuseppe. L'altare è in marmo come quello della
Madonna, la statua è in gesso e risiede in una nicchia chiusa da un
cristallo. Sempre nella corsia di sinistra troviamo il Battistero,
la cui vasca è in marmo rosso, con catino diviso in due parti.
Nei lunotti in alto, da sinistra a destra, sono raffigurati quattro
affreschi, S.Pietro, S.Paolo, S.Giovanni Evangelista e S.Giovanni
Battista che furono dipinti al sorgere della chiesa.
Sulla destra è invece la sacristia alla quale si accede per mezzo
di un'apertura ad arco che la collega con il presbiterio; è una
stanza quadrangolare con volta a cofano rischiarata da due finestre
con intelaiatura a vetri apribili ed inferriate. Sul lato a
mezzogiorno della stanza vi è un grosso armadio in noce contenente
i paramenti. Sui fianchi ha due camerini in pioppo, nel centro una
tavolazza sormontata da tre cassettini per i calici, il tutto
elevato su di una pedana di legno dolce. Attraverso questa stanza si
accede al campanile per il consueto tiro delle funi campanarie. Sul
lato di settentrione si apre l'uscio che immette in una
stanza-corridoio ed infine ci si collega mediante altro uscio con il
cortiletto della chiesa e la Grotta della Madonna. In questo
cortiletto è sita la scala che porta sull'organo.
Il campanile si erige sul lato destro della navata di fianco al
Presbiterio ed è costituito da una torre quadrata alta circa 15
metri. L'interno è diviso in solai collegati con scale in legno.
Sotto la cella delle campane funziona un orologio di proprietà del
Comune. La chiesa è ben arredata. |
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Quasi
mille anni fa, l'Imperatrice Adelaide fece una donazione di terra
all'Abbazia del salvatore di Pavia; la terra da lei donata aveva per
confine il Monte Luponi (Monteleone d'oggi), la Salsa (le attuali
Terme di Miradolo, luogo incantevole immerso nel verde delle
lussureggianti colline Monteleone-Miradolo, ricco di acque salubri,
di cure termali, di giochi per i bimbi e divertimenti per gli
adulti) ed il Narone (il colatore Nerone di oggi). Quella carta è
stata scritta mille anni fa; il che vuol dire che mille anni fa si
conoscevano quelle acque un poco salate attualmente denominate Fonti
di Miradolo. E certamente la gente di mille anni fa sarà andata a
bere queste acque freschissime e salutari. Ma quelle fontanelle di
acque così buone erano allora trascurate e le acque si spandevano
formando acquitrini.
Nei secoli successivi si trovano documenti che parlano di queste
acque, quando le loro terre passavano da un proprietario all'altro.
E' certo che le Saline appartennero un tempo al territorio di
Monteleone. Quel documento o carta è stato scritto in nome di Santa
Adelaide Imperatrice e Regina proprio mille anni fa e precisamente
il 12 aprile 999, anno che fu l'ultimo della vita di questa Santa,
che in quell'anno stesso morì. Chi vive ai nostri giorni ha
festeggiato nel 1999 il millenario della conoscenza e dell'uso delle
famose Saline (Terme di Miradolo) come un dono del Signore.
Le preziose parole dell'antico documento sono le seguenti: "Et
a Monte Luponi et in illo loco, qui Salsa dicitur usque in Fontana
Naroni" che possiamo tradurre: "Dal Monte Lupone e
in quel luogo, che è detto "terra salsa", fino alla
sorgente del Nerone". |
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La
confraternita del SS.Sacramento è sorta in Monteleone nel 1808.
L'adesione alla compagnia da parte di un Confratello o di una
Consorella comportava la spesa di lire una per le donne a di lire
1,50 per gli uomini. Unico scopo era ed è sempre stato la devozione
del SS.Sacramento ed i suffragi dei soci e non, defunti.
Prima del 1806 a Monteleone erano esistite altre congregazioni,
altre compagnie, altre società religiose, ma l'editto di Napoleone
datato 25 aprile 1806 proclamava: "Sono proibite in tutto
il Regno d'Italia tutte le società religiose laicali, eccettuate le
Confraternite sotto il nome del Santissimo, delle quali potrà
esisterne una sola presso ciascuna Parrocchia, sotto la direzione
del Parroco; ecc.".
Facevano parte intergale della Congregazione i seguenti ornamenti:
uno stendardo con lo stemma della Confraternita per le solennità,
un secondo stendardo per la terza domenica, un terzo stendardo per
l'accompagnamento dei defunti, due bastoni sormontati da ceroni per
le solennità e numero quattro per le altre domeniche, due
lanternoni verdi da portarsi dalle consorelle, numero sei bastoni
bicoccolati (mazze con immagine sacra sormontata da croce) da
portarsi dagli anziani; numero quattro vesti di tela di lischetto o
linetto per uso delle terze domeniche, infine due bastoni per
dirigere la processione. Gli iscritti sono sempre stati moltissimi e
fedelmente seguivano gli ordini del Priore, della Priora e del
Parroco. Fecero tanto bene alla parrocchia ed a tutti i suoi
parrocchiani. La congregazione si estinse nel 1981, per ricrearsi
sotto diversi modi e con nuovi statuti, i quali dichiaravano con
norme emanate dalla Curia Vescovile gli obblighi e gli oneri che gli
iscritti alla Confraternita del SS.Sacramento dovevano eseguire.
Tutt'oggi in Monteleone esiste il gruppo delle Consorelle del
SS.Sacramento.
Prima che fosse emanato il famoso editto di Napoleone, esisteva già
da diversi decenni la Compagnia del Suffragio che tanto bene fece
alla buona popolazione Monteleonese. |
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Esiste
tuttora incastonato nel muro del primo piano di una benemerita casa
di Invernino lo Stemma Gentilizio (croce bianca ad otto punte su
fondo rosso) dei Cavalieri del Sovrano Militare Ordine di Malta.
Era verso la metà del secolo XI quando nelle più remote province
di Oriente, come lupi rapaci, i Saraceni ed i Turchi si aggiravano
attorno al gregge di Gesù Cristo ponendo a ferro e fuoco paesi
cristiani, uccidendo e facendo schiavi uomini, donne e bambini. A
rintuzzare la baldanza degli assalitori, Iddio parlò al cuore dei
generosi guerrieri che avevano conquistato Gerusalemme ed ispirò
loro di dedicarsi alla difesa delle popolazioni cristiane. Sorsero
così i Cavalieri di S.Giovanni di Gerusalemme, chiamati poi
Cavalieri di Rodi e di Malta, allorchè le due isole divennero il
luogo di loro residenza ed il teatro delle loro imprese.
In tempo di pace l'occupazione dei cavalieri era l'assistenza degli
ammalati e la preghiera. In tempo di guerra riprendevano le loro
nobili spade.
Quei valorosi che per tanti secoli formarono con il loro petto quasi
un vivo baluardo intorno alla cristianità, procacciarono alla
Chiesa la quiete di cui abbisognava, per procurare la santificazione
dei suoi figli e proseguire il suo viaggio verso il Cielo.
L'Europa cristiana ha veduto per molti secoli quei valorosi, che
erano il fiore della sua nobiltà, passare la vita sul campo di
battaglia, o al letto degli ammalati, negli ospedali, o alla
preghiera nei chiostri.
Il primo Gran Maestro e fondatore di questo benemerito Ordine,
nell'anno 1091, fu Gherardo Tommaso; il Beato Raimondo di Puj, fu il
secondo Gran Maestro dell'Ordine e fu egli che compilò gli Statuti
del Cavalieri, verso l'anno 1118, imponendo i tre voti: di celibato,
di povertà e di ubbidienza. Da questi voti sono dispensati solo i
Cavalieri di Onore e di Devozione. Anche i poveri pellegrini di
Terra Santa furono, nei primi tempi della fondazione dell'Ordine,
soccorsi dai suoi Cavalieri; e negli ospedali dell'Ordine presiedeva
sempre un Cavaliere Ospedaliero, onde accertarsi che gli ammalati
fossero ben assistiti.
Avevano anche cura dei fanciulli abbandonati, che allevavano a spese
del Comun Tesoro, fino all'età di 8 anni; il Gran Maestro prendeva
il titolo di: custode dei Poveri di Gesù Cristo.
Nel progresso dei secoli l'Ordine, mantenendo tutta la sua
struttura, andò adattandosi alle esigenze dei tempi, ma mantenne
sempre il suo spirito di curare gli ammalati e di difendere i
cristiani. Nell'ultima guerra (1940-45), i vagoni attrezzati
dell'Ordine di Malta erano ammirati per la perfezione ed il
funzionamento. In Monteleone, i Cavalieri si insediarono nell'anno
1734 ed assistettero in tutto e per tutto la popolazione. In
particolare si ricorda il Cavaliere Fra' Angelo di Montis Legionis
che visse quasi interamente la sua missione a Monteleone e dintorni.
Nella casa di Invernino si curavano gli ammalati bisognosi di cure
particolari in seguito a malattie gravi e spesso infettive. In un
secondo tempo si alloggiavano i senza tetto e gli affamati. |
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13
giugno 1970. Se la misura della fede di un popolo è l'entusiasmo,
si può ben dire che a Monteleone di fede ce n'è ancora molta,
perchè veramente molto fu l'entusiasmo con cui i Monteleonesi hanno
accolto (nell'anno 1970) il nuovo Parroco Don Cesare Casiroli.
Un'accoglienza fatta di molta spontaneità e semplicità cordiale
che ha stabilito subito un clima di simpatia e di vicendevole
immediata intesa. All'ingresso del paese, con accenti diversi, ma
ugualmente significativi, hanno parlato il sindaco, il medico, un
giovane ed una bambina. Ciascuno ha detto ciò che dal cuore
affiorava sulle labbra, ciascuno ha dato sfogo ai sentimenti più
genuini. Il corteo dall'Asilo alla Chiesa Parrocchiale, così
caratteristica nella sua gradinata e nel suo sagrato che ricordano
tipici santuarietti di montagna, ha percorso vie illuminate ed
addobbate, ha incontrato persone sinceramente festanti. La consegna
della Parrocchia, per incarico di Sua Eccellenza Mons.Vescovo, è
stata compiuta dall'Arc.di S.Cristina don Carlo Diegoli che per vari
mesi dopo la morte di don Carlo Girani, ha assistito la Parrocchia
con passione superiore ad ogni elogio. Nella chiesa affollata il
momento centrale della manifestazione: la realizzazione della
comunità di culto. Il Sacerdote con il popolo ormai fatto suo ha
offerto a Dio il S.Sacrificio. Il novello Parroco don Cesare alla
fine della cerimonia, ringraziando di tutto, esprimeva un suo
desiderio speciale: che cioè la Madonna favorisse la sua iniziativa
per l'erigendo Oratorio nuovo e che i suoi fedeli, consapevoli delle
necessità, aiutassero il compimento dell'opera santa. Il problema
più grande che si presentava al nuovo Parroco era veramente la
costruzione di una nuova Casa Parrocchiale ed Oratorio. La vecchia
Casa Canonica era stata più volte dichiarata inabitabile. Il
novello Parroco, armato di ferrea volontà e con grande spirito di
sacrificio, non perse tempo. Iniziò subito le pratiche burocratiche
per la demolizione della vecchia Canonica. Assistito dal Geom.Lucio
Corbellini, nel 1972 ebbe in donazione dall'amministrazione comunale
D.C. le aree antistanti la chiesa. Con il concorso volontario di
tutti i giovani del paese, ed anche dei meno giovani, nel 1972
iniziava l'opera di demolizione e quella di ricostruzione. Fu così
che, grazie ai provvidenziali interventi dell'On.Mario Beccaria, si
ottenne un mutuo ed interventi da parte delle autorità statali. Con
il progetto del bravissimo architetto Elisa Brambilla e
Ing.Dott.Carlo Brambilla e l'impresa Casiroli e Marchesi di
Corteolona, Oratorio e Casa Parrocchiale presero forma, in due anni
d'incessanti lavori, con il concorso di innumerevoli Benefattori,
tra i quali ricordiamo il defunto Ing.Carlo Saronio al quale il
nostro Oratorio è dedicato. In quegli anni, grazie allo zelo del
nostro Parroco, si iniziò l'opera di revisione della Chiesa che
dura tutt'oggi nell'entusiasmo della popolazione. Il 5 agosto 1975
si inaugurò il nuovo complesso edilizio con la presenza e la
benedizione di S.E.Mons.Antonio Angioni, presenti tutte le autorità
e la popolazione. |
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Mons.Annibale
Malinverni, Prev.Vicario Foraneo di Chignolo Po, nacque a Monteleone
nel 1875 e morì a Pavia il 3 febbraio 1938. Portò alto, ovunque fu
chiamato, l'onore del suo paese natìo. Fu Parroco zelante che cercò
sempre di migliorare nella fede in Dio, nelle pratiche cristiane e
nella fedeltà al dovere. Provato da gravi dolori sia nella sua
famiglia che tra i propri parrocchiani, fu sempre sereno e forte,
veramente piissimo, molto dotto e di rara prudenza. Nacque in una
famiglia veramente cristiana, fu plasmato alla forza del credere ed
alla generosità delle opere e non tardò a manifestarsi per la vita
di apostolato che doveva entusiasmare tutta quanta la sua mortale
carriera. La vocazione al Sacerdozio lo portò presto al Seminario
di Pavia ove fiorivano disciplina, pietà e studio ad opera di santi
Vescovi e di ottimi Sacerdoti preposti alla formazione dei chierici.
Nel tempio e fuori del Tempio curò il rifiorire della vita
cristiana, e quando l'immortale Leone XIII a S.Pio X, in nome del
Vangelo, chiamavano all'azione sociale per risolvere con vera
giustizia e carità il conflitto acceso tra padroni ed operai,
Mons.Malinverni ne attuò tutte le forme con freschezza giovanile,
maestro e padre dei suoi figli spirituali, provvida guida ai suoi
Coadiutori.
Il 22 novembre 1925, proveniente dalla parrocchia di Magherno, dove
fu maestro del suo popolo, entrò in Chignolo Po. Tempra di
apostolo, pronto ad entusiasmarsi, facile ad entusiasmare, creato il
Consiglio Diocesano di Azione Cattolica a Pavia ne fu a Chignolo,
per i quattro rami di A.C., l'animatore, il dotto maestro,
l'Apostolo infaticabile.
Nel giugno del 1953, prima di partire per Pavia, Mons.Malinverni
scrisse il suo saluto al buon popolo di Chignolo che lo vide Parroco
eccellentissimo per dieci anni. Fra l'altro scrisse: "Per
tutti i figli di questa terra sarà la mia preghiera tutti i giorni
fino al momento della morte. Espressione di vivo affetto, di
incancellabile ricordo, giunga a tutti il mio saluto, fino
all'ultimo tugurio. E quando a voi, o buoni Chignolesi, arriverà
l'annuncio del mio trapasso alla vita immortale dite pace al mio
spirito che nel travaglio della vita, come nella purificazione
d'oltre tomba e nel gaudio eterno ha guardato, e sempre guarderà, a
Chignolo perchè sia, come fu, terra di forti e di generosi
struggentisi per la gloria di Dio, per la propria santificazione e
salvezza."
Purtroppo quell'annuncio triste venne assai presto quando era
parroco di S.Primo a Pavia; infatti si apprese con sommo dolore che
il 3 febbraio 1938, Mons.Malinverni aveva cessato di vivere. Il
Signore gli ha rivolto certamente il grande invito: "vieni
o servo buono e fedele, tu fosti fedele nel poco, io ti darò
autorità su molto. Ricevi il gaudio del tuo Signore". (Mt XXV,
23). Il vero tramonto del Buon Pastore. |
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Don
Carlo Girani rivolse l'animo fervido ad ogni bene e l'ingegno
particolarmente aperto alla scienza divina ed umana, alla cura delle
anime ed al decoro della Chiesa. Nell'esemplare rassegnazione ad un
male che lo afflisse negli ultimi anni, si preparò alla morte
cristiana che lo colse il 2 febbraio 1970 in età di 84 anni.
Don Carlo Girani fin da chierico aveva ingegno pronto, memoria
tenace, così che gli esami, che per gli altri rappresentavano
un'incognita piena di timori, a lui non facevano nessuna paura;
durante le lezioni egli muoveva ai professori, con grande rispetto,
le sue obiezioni, le sue difficoltà, impegnando interessanti
discussioni, nelle quali brillava il suo spirito dialettico, così
che i compagni pensavano che se Girani avesse voluto, dopo
l'ordinazione sacerdotale, continuare la carriera negli studi, si
sarebbe reso molto distinto nel campo della cultura ecclesiastica.
La prima guerra europea lo sbalzò, giovane sacerdote soldato, alla
dura vita del fronte per tre anni. Quando giunse a Monteleone, nel
1947, i buoni fedeli lo accolsero con un amore ed un rispetto che
non smentirono mai; e ne furono un segno le feste che gli fecero
quando celebrò, nel 1959, la Messa d'oro e, nel 1969, la Messa di
diamante, alle quali egli non seppe ringraziare che con le lacrime.
Don Carlo Girani tentò più volte, durante la sua permanenza a
Monteleone, di dare avvio alle pratiche burocratiche per la
costruzione di una nuova Casa Parrocchiale ed Oratorio, ma
nonostante il forte impegno trovò ostacoli che, non per causa sua,
non riuscì a superare. L'archivio parrocchiale è ben fornito di
lettere inviate da Don Carlo ai vari uffici per dare inizio alle
nuove costruzioni. Una lapide nel nostro cimitero nella cappella dei
resti mortali dei Parroci dice: "Qui tra i suoi parrocchiani,
che educò alla fede dei padri, cresciuti nel lavoro dei campi e
delle vigne, riposa don Carlo Girani" (Mons.Cesare Angelini).
Nel ricordo insistente dei Monteleonesi vi sono due precedenti
Parroci. Don Pietro Aguzzi, per la sua morte singolare, la quale,
infatti, lo colpì improvvisamente una domenica dopo la spiegazione
della dottrina, proprio mentre inginocchiato all'altare stava
nell'atto di incensare, al Tantum Ergo, il SS.Sacramento; con questa
morte simbolica sembrò che il Signore chiamasse lui, che era un
santo, a continuare per sempre quel medesimo gesto di adorazione in
Paradiso.
Poi don Francesco Priori, mite e pio, che fece tanto bene, sempre in
profonda umiltà, pago della lode del suo Signore.
Insieme a tutti gli altri Parroci che vissero il loro mandato a
Monteleone, si ricorda in particolare don Luigi Baggi, deportato il
21 giugno 1801 a Sebenico, dove rimase fino al 15 aprile 1802 perchè
dall'I.R.Commissione di Polizia austriaca ritenuto reo di
giacobinismo, ossia di favoritismo dei francesi. |
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